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Fuori moda


Mi hanno detto che sono fuori moda.
Sì, insomma, che il mio personaggio non vende più come cinque anni fa.Ormai le gente ne ha piene le scatole delle persone sfigate come me. Le statistiche di marketing dicono che è tornato di moda il macho: muscoli guizzanti circondati da una selva di tette e culi. Tette enormi, culi grandi come mappamondi. La bellezza anoressica della mia amica Reiko non eccita più nessuno e le supertette al silicone ipoallergenico di Candy sono solo un bel ricordo. La gente si è stufata del sintetico: vuole roba vera, originale e certificata.

Il mio agente, o forse dovrei dire il mio ex-agente, mi ha consigliato di cambiare nome: ha detto che gli pseudonimi giapponesi non piacciono più, sono troppo scontati.

“Chi vorrebbe chiamarsi Hiro?” mi ha detto. “Con mille euro ti prendi uno pseudonimo nuovo di zecca, uno di quelli che fanno tendenza. Michele, per esempio. O Ambrogio!”

Non ho avuto il coraggio di dirgli che Hiro è il mio nome di battesimo, perché mia madre era mezza giapponese. Meglio non dirle, certe cose. Ho già abbastanza guai per peggiorare la situazione facendo sapere in giro che non sono nemmeno italiano al 100%.

“E poi comprati dei vestiti nuovi,” mi ha detto. “E lascia quella topaia dove vivi!”

Il mio monolocale non è affatto una topaia, ma se voglio continuare a vendere devo adeguarmi, modernizzarmi: nessuno vuole immedesimarsi in una persona che vive in trenta metri quadri scarsi, alla luce di una finestra lunga e sottile che offre ogni giorno un panorama di scarpe di tutte le fogge, e per di più nella Periferia.

Non c’è nulla che sia più out della Periferia: le persone di successo vivono in un attico nella City. E ogni volta mi chiedo: ma la City ha solamente attici? Come si fa a costruire un palazzo fatto di soli attici? Ma forse sono io ad avere l’immaginazione limitata.
Però cinque anni fa le mie storie vendevano che era una bellezza! Storie di sfiga, di droghe sintetiche, di amori mai nati, di sfide virtuali. L’ultima cassetta che ho consegnato è stata bocciata dall’ufficio marketing: in una scena si sentivano le parole Yakuza, Multinazionale e Cyberspazio tutte nell’arco dello stesso minuto. Una vera bestemmia. C’è mancato poco che mi rimandassero il filmato dentro un pacco bomba.

La mafia c’è, ma è vietato nominarla, e la realtà virtuale, a sentire l’opinione pubblica, è tutta una fregatura, inventata dagli americani per assimilare culturalmente il mondo e inondarlo di hamburger e patatine.

Una volta ho letto una storia tiratissima su un tizio che faceva il cybercowboy… pardon, l’operatore di postazione virtuale, che non riusciva più a vivere perché aveva perso il gusto della sfida. Ripensandoci, oggi vorrei morire come lui, volando dritto contro l’ICE di una Multinazionale urlando il nome di una donna, friggendomi il cervello in un lampo e lasciando questo mondo come una cometa di fuoco elettronico, al suono della Cavalcata delle Valchirie.

Certo, mi piacerebbe essere alla moda, rifarmi il guardaroba e il fisico, andare a vivere in un posto decente. Ma la mia vita purtroppo non è una fiction: quello che vendo alla gente è la mia vita vera.

Ogni emozione, ogni goccia di sudore, ogni notte insonne: io vivo così e non posso cambiare perché i gusti del pubblico sono cambiati. Non me lo posso permettere, ecco tutto.

Sono Hiro, protagonista sfigato di una vita cyberpunk, cimelio di un futuro che ha fatto il suo tempo.

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