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Maestra – Una storia d’inverno

Racconto breve di Elisabetta Vernier

***

Sapeva tutto sulle macchine da cucire.

Aveva imparato a cucire da bambina guardando i suoi genitori, e amava farlo, per quanto fosse un lavoro faticoso. Cuciva nel laboratorio del padrone, otto ore al giorno, insieme alle altre operaie sue amiche. Il poco tempo libero che aveva lo dedicava a suo figlio: insieme, ascoltavano alla radio storie importanti, raccontate da voci piene di sentimento, che parlavano di mondi lontani e meravigliosi, e ogni tanto ne inventavano delle nuove, prima di addormentarsi. Segretamente, però, lei desiderava di imparare a leggere quelle storie famose, per crescere e diventare una persona migliore. Ma in cuor suo sapeva che non avrebbe mai potuto farlo, perché non era mai andata a scuola. Se ne vergognava profondamente e non ne parlava mai con nessuno. Solo ogni tanto, da sola nella sua stanza, provava a compitare un vecchio libro, senza successo. Così, la sua vita andava avanti.

Un giorno, però, scoprì che una delle sue amiche del laboratorio sapeva leggere: aveva imparato da una maestra molto capace, che viveva poco lontano. E come leggeva bene la sua amica! Forse, si disse, avrebbe potuto imparare anche lei. Forse quella maestra l’avrebbe aiutata. Ma la vergogna per la propria incapacità era tale in lei che rimandò quella decisione, e la rimandò ancora, e poi ancora.

Erano ormai passati due anni quando alla fine, in un giorno d’inverno, trovò il coraggio di presentarsi alla maestra. Rossa dall’imbarazzo, le spiegò di non sapere né leggere né scrivere, ma di voler provare a imparare. La maestra, con gentilezza, le disse di raggiungerla alla scuola il giorno successivo, dopo il lavoro, per parlare di quello che avrebbero potuto fare insieme. E di portarle tre esempi di storie, tutte diverse, che avrebbe voluto imparare a leggere. Quella richiesta la lasciò confusa, ma accettò.

Fu una giornata di lavoro intenso al laboratorio. Mentre cuciva, pensava a cosa le sarebbe piaciuto leggere, passando mentalmente in rassegna le fantastiche storie che aveva ascoltato alla radio. Le piaceva la storia di Pinocchio, ma anche le avventure di 20.000 leghe sotto i mari e poi, sì, La Divina Commedia. Qualche pezzetto, a furia di ascoltarla, l’aveva imparato perfino a memoria. Era sicura che la maestra le conoscesse tutte. Così, quando la sirena annunciò la fine del turno di lavoro, si avvolse nel suo pesante cappotto e si incamminò verso la scuola, nella nebbia, con la testa in preda a un vortice di parole senza corpo.

La maestra la accolse nel suo studio, tra libri e quaderni, penne e calamai. Si stava caldi, lì, e c’era un ovattato silenzio.

Parlarono un po’ del suo lavoro e di suo figlio, poi la maestra le chiese di sedersi vicino a lei, davanti a un foglio bianco a righe.

– Cominciamo come si fa con i bambini – le disse. Prese in mano un’elegante penna d’oca, la intinse nell’inchiostro e tracciò sul foglio una A maiuscola. Era bellissima, piena di riccioli e di svolazzi. Quindi le diede la penna, dicendo: – Ora tocca a te.

Con mano tremante, lei tracciò una A piccola e un po’ storta, macchiandosi le mani d’inchiostro, e anche il foglio. – Mi scusi, non sono mai andata a scuo… – cercò di dire, per giustificarsi.

Ma la maestra la interruppe con un gesto della mano, tracciò una B, elegante e panciuta, sul foglio e aggiunse: – Vai avanti.

Procedettero lentamente, con fatica, fino alla Z, e il suo foglio era sempre più sporco e le lettere sempre più storte. Le faceva male la mano, perché non era abituata a tenere la penna. La Z si leggeva a malapena, perché aveva dimenticato di intingere la penna nell’inchiostro. Si sentiva piccola e inadeguata, ma si fece coraggio. La maestra l’avrebbe aiutata, ne era certa.

La maestra invece non disse niente. Appoggiò la penna vicino al calamaio e si avvicinò alla libreria, piena di volumi di tutti i colori e fogge.

– Ora leggiamo – le disse, infine. – Hai pensato ai libri che vorresti leggere?

Lei, traendo un respiro profondo, rispose:

– Mi piacerebbe leggere Pinocchio, ma anche 20.000 leghe sotto i mari e La Divina Commedia.

La maestra la guardò stranita. – La Divina Commedia?

– Beh, sì, l’ho ascoltata tante volte alla radio e la trovo bellissima – si giustificò lei, senza capire il perché di quella reazione.

– Va bene – rispose la maestra, in tono dubbioso, e trasse dalla libreria un poderoso tomo dalla copertina rossa. Lo aprì sulla prima pagina e le disse: – Puoi cominciare.

Lei inghiottì a vuoto, ripensando alle volte in cui aveva compitato da sola, nella tranquillità di casa. Poi si fece coraggio e iniziò, con un filo di voce.

– Nnnn… el mes…me…zzo del mac… cam…min di nooo…stra vita…

Le lettere sul foglio si mescolavano davanti ai suoi occhi.

Dieci minuti più tardi, provarono con Pinocchio, ma non andò molto meglio. Qualche parola riuscì a leggerla, scandendo le sillabe, lentamente, ma ormai la maestra non la ascoltava quasi più.

– Sei insufficiente – dichiarò la maestra, alla fine, stringendosi nelle spalle. – Mi dispiace, cara. La tua scrittura è stentata e infantile. E la lettura? Come hai potuto anche solo pensare di leggere Dante? Il padre della letteratura italiana!

Lei abbassò lo sguardo.

– Non sono mai andata a scuola – rispose. – È la prima cosa che le ho detto, no?

– Dovrai imparare a leggere e scrivere, dalle basi – le disse la maestra.

– Lo so – rispose lei. – Ero venuta per questo.

 Serviva proprio un esame e quella umiliazione per capirlo? pensò, ma non lo disse.

– Pensaci bene prima di decidere – le disse la maestra, nel congedarla. – Perché sarà un lavoro lungo e impegnativo.

– Ci penserò – promise lei, ferita, confusa e stanca.

Poi, salutata la maestra, riprese la via di casa, con la mano destra ancora dolorante per lo sforzo di scrivere. Se si fosse sbrigata, avrebbe potuto passare un po’ di tempo con suo figlio e magari inventare insieme a lui un’altra storia, fatta di parole, ma senza libri.